Martedì 16 giugno 2026 è stata presentata l’edizione 2026 del Digital News Report Italia. La ricerca, realizzata in sinergia con il Reuters Institute dell’Università di Oxford che cura l’edizione 2026 del Digital News Report globale, propone un rapporto della domanda e dell’offerta digitale di informazione in Italia.

Il Report è stato realizzato con il contributo di Compagnia di San Paolo e Google con i partner Excellera, Anso, Festival Glocal e con il patrocinio di Ordine dei Giornalisti consiglio nazionale, Ordine dei Giornalisti consiglio regionale del Piemonte, Università degli Studi di Torino.

L’interesse per le notizie raggiunge un nuovo minimo storico: solo il 34% degli italiani si dichiara molto o estremamente interessato, contro il 74% del 2016 — calo di 40 punti, il più marcato tra tutti i Paesi di riferimento. Ancora più basso l’interesse per la politica: solo il 16%, collocando l’Italia all’ultimo posto tra i 48 paesi dell’indagine globale. Fa eccezione significativa la fascia 18-24 anni: il 28% si dichiara molto o estremamente interessato alla politica — segnale di una domanda giovanile di informazione politica non sempre intercettata dall’offerta attuale. La frequenza di consultazione resta però elevata: il 57% consulta le notizie più volte al giorno, secondo dato più alto tra i paesi benchmark dopo la Finlandia.

La fiducia nelle notizie cala ancora, fermandosi al 32% — quattro punti in meno rispetto all’anno scorso, sotto la media internazionale. Particolarmente bassa la fiducia nelle notizie incontrate sui social media (15%) e tramite chatbot di IA (16%). La preoccupazione per la disinformazione cresce: il 59% degli italiani si dichiara fortemente o abbastanza preoccupato (+5 punti rispetto al 2024). La news avoidance torna a salire: il 36% evita spesso o a volte le notizie (+3 punti rispetto all’anno scorso).

Considerando tutte le fonti utilizzate nella settimana precedente, l’online consolida il vantaggio sulla TV: le fonti digitali salgono al 69%, mentre la televisione scende al 62%. Come fonte principale, però, la TV resta al primo posto (48% contro 45% dell’online): solo Italia e Francia mantengono questa prevalenza tra i paesi benchmark. I social media salgono al 45% nell’uso settimanale (+6 punti) e raggiungono il 22% come fonte principale, dopo tre anni fermi al 17%. L’abbandono di una fonte non coincide con l’abbandono delle notizie: chi lascia la TV si sposta verso altre fonti digitali, non verso il silenzio informativo.

La televisione rimane la prima fonte per quasi la metà degli italiani, caratteristica di un Paese con età media elevata. L’edizione 2026 introduce però una novità: la rilevazione del dispositivo Smart TV, usato dal 46% degli italiani per informarsi. Quasi la metà dei suoi utenti vi accede prevalentemente tramite YouTube o altre app video — non attraverso i canali televisivi tradizionali. Il televisore diventa così schermo per contenuti approfonditi e spiegazioni video di formato medio-lungo. All’opposto, i video brevi sui social — dominanti su Instagram, TikTok e Facebook — sul fronte dell’informazione segnano il passo: consumati, ma non percepiti come strumento informativo di primo piano.

Nel contesto digitale, le testate televisive mostrano maggiore tenuta rispetto ai quotidiani, molti dei quali hanno dimezzato la reach dal 2017. I quotidiani locali consolidano la propria penetrazione. In vetta al ranking online si confermano Fanpage (22%), seguita da Tgcom24 online e Ansa online (17%), SkyTg24 online (14%) e la Repubblica online (11%). Il Post e Will Media confermano una marcata caratterizzazione giovanile (rispettivamente 15% e 11% tra gli under 35).

Il 36% degli italiani ha fruito di notizie da creatori di contenuti o singoli giornalisti nell’ultima settimana, con punte del 66% tra i 18-24enni e del 53% tra i 25-34enni. I dati mostrano che il pubblico fatica talvolta a distinguere tra giornalismo ed entertainment, ma esprime un bisogno preciso: spiegazioni chiare, coinvolgenti, capaci di contestualizzare. La brevità non è un valore assoluto: pesano di più la qualità e la capacità di dare senso ai fatti. I creator non sostituiscono il giornalismo professionale — solo il 5% di chi li segue dichiara di non sentire il bisogno di altre fonti — ma indicano aspettative che le testate farebbero bene ad ascoltare.

I chatbot di intelligenza artificiale sono usati per informarsi dal 6% degli italiani — un’avanguardia digitale giovane e istruita. Li usano soprattutto per approfondire notizie già incontrate (41%) e per orientarsi tra le fonti (26%), più che per ricevere gli ultimi aggiornamenti. Un utilizzo che rispecchia la stessa domanda di spiegazione e contesto che emerge dai dati sui creator.

La quota di chi paga per l’informazione online scende all’8% — metà del valore del 2016. Ma tra i paganti, chi ha sottoscritto un abbonamento continuativo almeno mensile passa dal 31% del 2025 al 43% del 2026. I più giovani mostrano maggiore apertura verso formule digitali. Le motivazioni rivelano qualcosa di strutturale: alle ragioni pratiche si affiancano motivazioni ideali indicate dal 38% dei paganti, come sostenere il giornalismo o garantire l’accesso gratuito ad altri. Chi paga non acquista un prodotto o un’utilità: sostiene un progetto in cui ripone fiducia. La sostenibilità del giornalismo passa dalla qualità della relazione con il pubblico, prima ancora che dal numero di abbonati.

Il 55% degli italiani preferisce fonti prive di un particolare punto di vista. Questa domanda di imparzialità convive però con giudizi severi sulla copertura dei grandi temi: su tutti gli argomenti considerati, i giudizi negativi superano ampiamente quelli positivi. Il caso più critico riguarda l’immigrazione (44% di valutazioni negative contro 11% di positive). Il 32% degli italiani considera i politici molto influenti sull’informazione — percentuale che sale al 69% sommando anche chi li ritiene “abbastanza” influenti.